come vanno i semi a frutto

Cosa fanno gli organismi nazionali e internazionali per arrestare l'erosione genica

La diversità genetica delle specie vegetali è fondamentale per lo sviluppo agricolo, forestale e quindi per la sicurezza alimentare e l'equilibrio dell'ambiente. Nei paesi sviluppati, in particolare in Europa, negli ultimi decenni, l'erosione genetica è stata incentivata dalla politica agraria europea, che ha concentrato su poche specie vegetali gli obiettivi produttivi, sottovalutando l'importanza della conservazione della variabilità genetica. Da questa riduzione di variabilità, nota come erosione genetica, le più colpite sono state in particolare le varietà locali delle specie erbacee coltivate, rapidamente soppiantate da nuove cultivar più produttive introdotte sul mercato, in gran parte, dalle multinazionali sementiere. La Convenzione di Rio de Janeiro, nel 1992, finalmente ha suonato il campanello d'allarme per la sopravvivenza del pianeta e 156 paesi del mondo si sono impegnati a proteggere la diversità biologica sottoscrivendo la Convenzione sulla Biodiversità (Cbd, Convention on biological diversity). Sono state così avviate delle strategie globali per la conservazione delle specie, riconoscendo la necessità di adottare provvedimenti urgenti e sovranazionali. Dalle intese internazionali sulla creazione di un organismo per la conservazione e la gestione delle risorse genetiche, e con la ratifica della Convenzione sulla Biodiversità, (adottata dal'Italia con la Legge 124/94), per successione legale dell'Ibpgr (International Board for Plant Genetic Resources) vede la luce l'Ipgri - Internazional Plant Genetic Resources Institute. L'Istituto, con sede a Roma, è una struttura centrale del Cgiar, Consultive Group on International Agricoltural Research. I suoi funzionari collaborano con gli esperti di banche del seme, i centri di ricerca, la Fao, il Cnr, le università ed altre organizzazioni intergovernative, non governative e private di tutto il mondo per rafforzare la collaborazione internazionale nel settore della conservazione e gestione delle risorse genetiche vegetali. Numerosi organi intergovernativi sono importanti per le Risorse Genetiche Vegetali, tra i più rilevanti dei quali citiamo la Commissione Fao sulle Risorse Genetiche per l'Alimentazione e l'Agricoltura (Cgrfa) dove a tutt'oggi sono in atto i negoziati. A rappresentare l'Italia nelle sedi internazionali è il Ministero per le Politiche Agricole, istituzionalmente competente per le Risorse Genetiche Vegetali (Rgv, D.L.143/97) e che ha istituito, proprio per far fronte agli impegni internazionali, il Comitato nazionale delle risorse fitogenetiche che ha lo scopo di predisporre un programma d'azione per l'individuazione, la conservazione, la valorizzazione delle specie vegetali in via d'estinzione e per la sensibilizzazione dell'opinione pubblica. Del Comitato fanno parte anche rappresentanti delle Regioni, CNR, Comitato Sementi Piante, Istituti sperimentali per la cerealicoltura, frutticoltura, colture foraggere, orticoltura, ecc. Coordinatore delle attività legate alle RGV, svolte dai vari Istituti di ricerca e sperimentazione agraria italiani, è l'Istituto sperimentale per la frutticoltura (Isf). L'Istituto, su incarico del Mipa, a livello nazionale promuove la catalogazione e l'inventario del materiale genetico, veicola le informazioni provenienti da organismi e da segretariati di convenzioni internazionali e dall'Unione europea. A livello internazionale esso si relaziona come punto di riferimento con la Commissione Fao per le risorse genetiche, Comitato sementi e piante, sottogruppo risorse genetiche, Comitato d'indirizzo del European cooperative programme on genetic resources dell'Ipgri e gli altri Comitati internazionali. Una delle linee strategiche della Legge 124/94 prevede l'Istituzione di una rete di conservazione ex situ delle risorse vegetali. Questa è una delle forme di conservazione attualmente adottate; la conservazione delle risorse genetiche vegetali può essere fatta infatti secondo due diverse modalità: la conservazione ex situ e quella in situ. Sulla conservazione ex situ si basa principalmente l'attività delle grandi organizzazioni internazionali pubbliche e private: i semi o gli organi vegetativi delle piante vengono conservati a basse temperature e ciò consente di mantenerle al sicuro da eventi esterni e per lungo periodo. La conservazione in situ di varietà locali avviene nei luoghi dove sono presenti specie selvatiche e coltivate. Può essere realizzata anche attraverso la salvaguardia integrale di vaste aree in cui le specie possono sopravvivere e riprodursi senza l'intervento dell'uomo. Tuttavia tale sistema rallenta il grado di estinzione delle specie ma non è indicato per le piante coltivate. Negli Istituti di ricerca e sperimentazione agraria, dislocati in tutta Italia, sono conservate ex situ un centinaio di specie. Il principale metodo di conservazione prevede il mantenimento delle popolazioni vegetali in banche del germoplasma e si configura come un tipo di conservazione "statica"; si cerca infatti di mantenere costanti i caratteri genetici che caratterizzano le popolazioni o l'identità genotipica dei materiali che vengono conservati in frigo. Diversamente, la conservazione in situ realizza il mantenimento delle varietà locali, degli ecotipi e dei progenitori selvatici, delle diverse specie vegetali, nel loro ambiente d'origine dove hanno sviluppato le loro caratteristiche distintive. La conservazione in situ si può definire dinamica in quanto le popolazioni vegetali sono soggette alle diverse pressioni selettive esercitate dall'ambiente e rimangono pertanto in equilibrio con esso. Conservare in situ significa inoltre conservare le varietà locali on farm cioè nei campi degli agricoltori che le coltivano e le riproducono da generazioni. Questo tipo di conservazione desta oggi particolare interesse per il mantenimento delle tradizioni e dei saperi delle popolazioni delle zone agricole marginali. Lo sviluppo di queste strategie comporta il mantenimento di forme di agricoltura sostenibile e la possibilità di integrare il reddito aziendale attraverso attività complementari quali la valorizzazione di prodotti tipici. Tuttavia non va dimenticato che questo tipo di conservazione è fondamentale non solo per la conservazione biologica ma anche per il miglioramento genetico, per avere cioè materiale di partenza per la costituzione di popolazioni di base o per la costituzione di varietà superiori di specie di largo interesse. I due sistemi ex situ e in situ possono essere complementari anzi devono essere ritenuti entrambi indispensabili negli interventi di conservazione delle risorse genetiche. In Italia il principale metodo di conservazione è quello ex situ, generalmente sotto forma di seme per le specie cerealicole, orticole e in vivo per le arboree da frutto, forestali, aromatiche e officinali. Tuttavia alcuni Centri di ricerca lavorano attualmente con il sistema di conservazione in situ sia per le specie largamente diffuse come l'orzo (progetto dell'Istituto di agronomia di Sassari, in collaborazione con la Sezione di genetica agraria dell'Università di Ancona) sia per le specie così dette minori quali il farro della Garfagnana, seguito dalla Facoltà di agraria Università di Firenze, che ha in corso una serie di progetti su diverse specie erbacee. Inoltre la Regione Toscana ha istituito il Repertorio regionale delle risorse genetiche autoctone vegetali (L.R.50/97). Altri progetti di raccolta di germoplasma e conservazione in situ sono realizzati dalle università italiane tra cui l'Università di Perugia, Istituto di miglioramento genetico, che in collaborazione con enti ed agenzie regionali di Lazio e Abruzzo opera su colture foraggere, lenticchia di Castelluccio, fagiolo e patata. Presso il Cermis, nelle Marche, sono state raccolte e attualmente coltivate e conservate popolazioni di orzo nudo, cicerchia, farro; sono inoltre in corso progetti per la raccolta e conservazione di specie erbacee nelle aziende dell'area montana e pedemontana, a cura della Sezione di genetica agraria dell' Università di Ancona in collaborazione con la Regione Marche. Nel nostro paese esistono dunque realtà di conservazione molto diversificate per dimensioni, gestione, metodi di conservazione e i progetti di raccolta e conservazione sono numerosi e realizzati in tutto il territorio da varie istituzioni. Ancora una volta siamo a favore della diversità, della complessità e contro lo spreco: le banche del gene consentono di conservare in poco spazio, anche per le generazioni future, le risorse genetiche provenienti da tutto il mondo, perché non corrano il rischio di estinguersi. Ma è anche importante conservare e presidiare vecchie varietà di specie coltivate insieme ai saperi e alle genti che hanno condiviso per generazioni gli stessi ambienti. A tal proposito è di importanza critica che vengano sviluppate iniziative che coinvolgano maggiormente i cittadini, i consumatori, gli agricoltori, che ci sia cioè un approccio interdisciplinare di conservazione sviluppato in situ e ex situ, perché la diversità delle varietà coltivate è e può essere sempre di più, cibo è patrimonio di tutti. 

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©MODUS VIVENDI - DARWIN ACSA, 1999-2001

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