il cibo dei bambini

In Italia, nel 1865, su 1.000 nati vivi, 230 morivano nel primo anno di vita (200 in Prussia e 168 in Francia); quarant'anni dopo, grazie al "migliorato tenore di vita delle classi popolari" e a una "volontaria limitazione della prole specialmente nelle città", che consentivano "più amorose ed efficaci cure ai bambini", il rapporto era di 166 ogni 1.000 nati vivi (205 in Prussia e 145 in Francia) e scenderà a 113 nel 1931. L'interazione fra sottoalimentazione e patologie rimaneva comunque particolarmente rilevante nel caso delle malattie intestinali, soprattutto diarrea e dissenteria; queste causarono - fino al 1905 - il 40 per cento dei decessi registrati nella fascia d'età da 0 a 5 anni e soltanto dopo il 1930 tale percentuale scese al di sotto del 30 per cento. "Abitudini sociali come il prolungato allattamento al seno materno, od anche peggio il passaggio con lo svezzamento ad una alimentazione ricca di amido, che fornisce calorie, ma ben poche proteine", e di conseguenza "difetti nutrizionali particolarmente gravi", giocavano in questo scenario un ruolo di primo piano e tendevano a stemperare i conseguenti effetti negativi solo dopo i primi dodici mesi di vita. In effetti nel caso delle gastroenteriti infantili, che dal 1887 al 1964 hanno causato in Italia 2.400.000 morti nel primo anno di vita, anche il fattore igienico passava in secondo piano proprio perché era l'alimentazione a fissare nei neonati le difese immunitarie dell'organismo. Ma in prevalenza queste finivano col dipendere dalle condizioni dietetiche della madre; erano insomma il colostro, secreto nei primi giorni del puerperio, e, più in generale, il latte materno ad avere un'importanza essenziale per la sopravvivenza e per la crescita del neonato, anche perché molto raramente ricorrevano le condizioni per integrare il fabbisogno del lattante con acqua zuccherata, semolini, pastine e rossi d'uovo. Tuttavia le opinioni su questo punto non sono del tutto concordi. Per Massimo Livi Bacci, infatti, esisterebbe nella puerpera "un meccanismo di adattamento metabolico, forse dovuto a più alti livelli di prolattina, che permette di mantenere un equilibrato bilancio energetico anche quando la dieta appare inadeguata". In questo modo si arginerebbero o comunque verrebbero a essere minimizzate le conseguenze "sia sul feto, durante la gravidanza, sia sul neonato" alimentato al seno materno. Secondo l'opinione più diffusa (non solo a livello medico ma anche nelle culture popolari) era ed è invece scontato che da una scarsa alimentazione materna e comunque da una gravidanza vissuta in condizioni di stress fisico e psichico potesse discendere un "latte fisiologicamente cattivo" proprio nei primi mesi di vita del lattante, o addirittura una secrezione di colostro senza tutte quelle sostanze biologicamente attive (compresa la vitamina A) che avrebbero dovuto proteggere il neonato dalle infezioni. Proprio per l'impossibilità di "mangiare di più" in certi periodi critici si alimentavano preghiere e scongiuri in cui il magico si combinava con quanto era a portata di mano: come, ad esempio, in un rituale dell'Italia meridionale che per la puerpera prescriveva una pietanza in cui la sua stessa placenta era cucinata con cipolle. Queste ultime nella tradizione popolare di molte regioni erano considerate un toccasana per la formazione del latte; quanto alla placenta, appare scontato l'accostamento con le abitudini degli animali domestici: non mangiano infatti la propria placenta anche la capre?  

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Scritto da Facecook Redazione
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