l'alimentazione delle donne

Fra il XIV e il XVIII secolo, secondo Edward Sborter, le donne avrebbero accusato un abbassamento della statura in corrispondenza del "peggioramento delle condizioni economiche dell'Europa" e una conseguente "diminuzione di cibo". A partire dalla fine del Settecento si sarebbe invece avuta una inversione di tendenza alimentare che non avrebbe influito soltanto sulla costituzione fisica ma anche sul menarca, con una drastica caduta cioè dell'età della pubertà da 16 a 14 anni: analogamente una certa incidenza si sarebbe avuta forse anche sullo spostamento in avanti dell'età del climaterio. Una migliore alimentazione avrebbe in pratica comportato una dilatazione del periodo fertile che comunque avrebbe segnato ancora notevoli differenze fra donne di campagna e donne di città, cioè in linea di massima in presenza rispettivamente di livelli nutritivi peggiori o migliori. D'altra parte se il "mal della miseria" (come veniva significativamente chiamata la pellagra) metteva in evidenza una differenziazione dietetica regionale e fra le diverse figure sociali e lavoratrici, un distinguo alimentare esisteva anche all'interno di una stessa famiglia: fra uomo e donna e fra uomo, donna e figli. Non per niente studi di fine Ottocento mettono in risalto che erano proprio le donne-madri, fra i 20 e i 40 anni, con figli piccoli e alle prese con gravidanze e allattamenti, che "lavoravano come l'uomo" e che "si alimentavano ancor meno dell'uomo" (che almeno "talvolta trovava modo di procurarsi qualche bicchiere di vino in più"), a essere percentualmente le più colpite da certe forme di disvitaminosi. Un "libro di casa" di un pastore norvegese del 1772 mette in evidenza che "quando si cuocevano i pani di segale per Natale, quelli degli uomini pesavano 1.350 grammi, quelli delle donne 900"; tale dato rispecchia una situazione che si protrae fino a Novecento inoltrato e che interessa sia il bacino del Mediterraneo, sia le popolazioni delle aree più settentrionali. Una testimonianza calabrese del 1880 attesta che la "moglie e i due figlioli consumavano tutti e tre insieme quanto il solo padre": la figlia di un salariato agricolo padano, nata nel 1903, ricorda che "se a mio padre davano da mangiare" una cosa intera, a mia madre ne davano solo la metà". Un contadino cremonese di 42 anni nel periodo estivo, quando si mangiava meglio, ma si lavorava anche di più, aveva uno standard nutritivo che contemplava nell'arco di una giornata 3 chili e mezzo di polenta, 60 grammi di formaggio e due cipolle; la moglie quarantenne disponeva invece di poco più di 2 chili di polenta, di mezzo etto di formaggio e di una pera. In una famiglia molisana di inizio secolo l'uomo aveva diritto a 750 grammi di pane contro i 600 della donna. Anche nei ricoveri di mendicità si seguiva lo stesso criterio di differenziazione dietetica sessuale: a Bologna, nel 1913, la razione di manzo bollito distribuita una volta alla settimana agli uomini era superiore a quella riservata alle donne. L'indigenza si articolava dunque per il sesso femminile in una condizione di subalternità alimentare che, oltre a essere esplicitata in maniera oggettiva, era anche rappresentata simbolicamente. Soprattutto nelle campagne, infatti, solo l'uomo e i figli, che sono considerati coloro che "devono lavorare e guadagnare per tutti", sedevano a tavola; le donne (le giovani nubili e le spose) mangiavano in piedi, in cucina, in un angolo sul tagliere, sulla cassa della legna con il piatto in mano, o sedute per terra e senza posate, esclusivo appannaggio dei maschi, e spesso mangiavano quello che rimaneva, da sole, quando, come ricorda una contadina piemontese, "loro non erano in casa". Il problema non è soltanto culturale o antropologico; dietro la facciata di un modello alimentare sessualmente discriminante appare un condizionamento oggettivo della stessa funzione riconosciuta come primaria alla donna: quella riproduttiva. Quante donne potevano infatti contare su un "nutrimento (…) abbastanza confortativo per somministrarne uno corrispondente al bambino" e qual era l'accessibilità alle farine lattee o semplicemente al latte di vacca "batteriologicamente puro"? Proprio partendo da tali questioni, a latere di osservatori di fine Ottocento che tendevano a sostenere la tesi di una "civiltà che aveva arrecato grandi progressi all'umanità", non ultimo quello rappresentato da una presunta "cresciuta vigoria fisica" della popolazione, c'era chi manifestava scetticismo o addirittura un netto disaccordo. Fino a individuare nel tanto decantato progresso sociale, riscontrabile nell'ultimo scorcio del secolo, la causa dell' "insieme di mali non piccoli" e in primis di quella "decadenza fisica" di cui le nuove generazioni rappresentavano, a loro avviso, una testimonianza inoppugnabile. Se l'osservazione chiamava in causa la donna e il suo nutrimento biologico, l'attenzione non era però rivolta alla donna in quanto individuo sociale dotato di diritti, ma in quanto soggetto su cui ricadeva l'onere di generare figli. Possibilmente sani  

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