su 150 mele ne sono sopravvissute 3

Si chiama erosione genetica. Poco a poco sono state perse migliaia di varietà vegetali. Il rischio è che le poche varietà rimaste non siano, in futuro, capaci di adattarsi ai cambiamenti ambientali

La biodiversità costituisce la maggiore risorsa per la vita sulla terra in quanto è proprio la capacità di modificare i propri componenti, e di passare da un equilibrio all'altro, che dà la possibilità ai sistemi biologici di sopravvivere alle modificazioni esterne, od interne, anche estremamente drastiche. La diversità delle specie e delle forme risponde alla necessità insita nello sviluppo della natura di sfruttare al meglio le risorse ambientali nello spazio e nel tempo, attraverso la creazione di sistemi strutturalmente complessi che si autorganizzano, si autocontrollano, si automantengono, grazie alla completa integrazione delle diverse parti. La perdita di diversità biologica comporta quindi la perdita di capacità evolutiva e dunque di adattamento di un sistema. Agli albori dell'agricoltura gli esseri umani hanno sfruttato questo immenso patrimonio di diversità: molte specie sono state addomesticate e la loro variabilità utilizzata per selezionare razze e varietà adatti agli ambienti più diversi. Questo certo provocava la rottura continua di molti equilibri naturali ma il ritmo con cui avvenivano questi cambiamenti e l'addomesticamento delle specie, lasciava il tempo biologico per il ristabilimento di altri equilibri. I primi contadini ridussero il numero delle specie coltivate ma le pratiche agricole tradizionali aumentarono la diversità all'interno di quelle specie. Il ricambio varietale permetteva comunque la sopravvivenza di numerosissime varietà locali che erano le più adatte a quel tipo di luogo, clima e situazione. La produttività poteva non essere elevata, ma la diversità genetica insita nelle specie, dava una grande stabilità produttiva, come si conferiva ad una agricoltura locale di sussistenza. La stabilità produttiva si doveva alla coesistenza in una stessa coltivazione, di piante resistenti alle diverse malattie, e in grado di sopportare le une il caldo le altre il freddo, le une l'umidità le altre la siccità, ecc. Questo faceva sì che, sebbene la produzione individuale variasse con le condizioni climatiche e si avesse la comparsa di malattie durante l'annata agraria, il rendimento medio si manteneva anno dopo anno. Le varietà di piante erano un tempo così numerose quanti erano i fazzoletti di terra coltivati. Ogni zona aveva le proprie piante, ogni stagione i propri frutti. Tutte le specie coltivate erano quindi caratterizzate da una grande ricchezza genetica, un enorme mosaico di varietà ed ecotipi locali, determinato non solo dall'evoluzione biologica, ma anche da una serie di interazioni come le tecniche colturali in relazione al suolo e al clima o le caratteristiche culturali dell'ambiente antropico interessato. Dobbiamo infatti considerare gli aspetti sociali e culturali della gestione della flora coltivata: i sistemi di diffusione del materiale di propagazione, sementi o altro, che implicavano spesso scambi, doni, trasmissioni di famiglia (spesso alle donne che andavano in spose in un altro paese venivano dati i semi delle piante di casa, o ancora i frati che si spostavano da un convento all'altro); i sistemi di coltivazione legati alle tradizioni e conoscenze popolari e ancora le utilizzazioni e le abitudini alimentari, che giocano un ruolo decisivo nella scelta del materiale vegetale e quindi nel mantenimento o nell'abbandono di alcune varietà. Ad esempio la frutta , nei vecchi trattati di agricoltura, veniva catalogata in funzione dei diversi usi (da consumo immediato, da conservare in fruttaio, da essiccazione, da sidro, di uso medicinale) e molta attenzione era posta nei sistemi di raccolta e di conservazione tipici per ogni varietà (attenzione alle fasi lunari, utilizzo di diversi materiali di conservazione). Le varietà locali occupavano un posto importante nell'universo intellettuale, simbolico, sociale e religioso. Erano quindi parte integrante dell'economia, della vita sociale e quotidiana, del paesaggio. Credevamo che questa ricchezza fosse un regalo da poter sfruttare in qualunque momento e invece in pochi decenni è stato depauperato quello che è stato selezionato in millenni da generazioni e generazioni di agricoltori e sono scomparse definitivamente migliaia di specie e decine di migliaia di varietà locali, sostituite da un ristretto numero di varietà di un ristrettissimo numero di specie che hanno portato ad una preoccupante omogeneità genetica la cui portata negativa non possiamo ancora quantificare. Non sappiamo in realtà quanto si è perso perché non sappiamo quante varietà esistevano. Il fenomeno della erosione genetica è stato accelerato con perdite irreparabili in tutti i settori vegetali, dalle specie spontanee a quelle coltivate. Molte specie selvatiche, sede primaria di variabilità, e progenitrici delle specie coltivate, sono scomparse velocemente per la distruzione degli habitat naturali. Analogamente molte razze primitive e molte varietà locali sono definitivamente scomparse per cause diverse: la grande meccanizzazione, la trasformazione dei mercati sempre più determinati nello spazio e nel tempo, le trasformazioni sociali con la concentrazione di popolazioni nella città e ritmi di vita sempre più frenetici, l'abbandono delle campagne e la diminuzione degli addetti in agricoltura, l'abbandono dei sistemi di autoproduzione della semente e delle piante, l'introduzione di sementi ibridi non riproducibili e varietà molto produttive ma molto bisognose di apporti chimici. Si stima che l'uomo nella sua storia abbia utilizzato circa 5000 specie di piante che rappresentano circa l'1% della flora presente, mentre le specie utilizzabili per l'alimentazione potrebbero essere 80.000 circa. Con la specializzazione dell'agricoltura e la crescita della popolazione umana, le specie utilizzate sono diminuite fortemente, lasciando spazio a quelle ritenute più produttive. Oggi si stima che solo 150 forniscano alimenti e fibre alla popolazione umana e tra queste 29 forniscono il 90% del cibo prodotto. Da tutto quello che abbiamo detto è chiaro come la perdita di tutta questa variabilità genetica determini una rigidità e una incapacità di rispondere da parte delle specie coltivate che non riescono più ad adattarsi facilmente ai possibili cambiamenti ambientali. Pochi esempi per far capire l'entità della perdita irreparabile. Nel 1892 i fratelli Roda nel loro Manuale dicevano che l'Italia è il paese dove si fa maggior consumo di sedano da costa , usandone sia le coste che i semi in cucina. Ne elenca 8 varietà principali tra cui il Piccolo da tagliare, Bianco lungo comune, Bianco a canna piena, Bianco dorato, Violetto di Tours. Alcune di queste ci sono ancora nell'elenco che fa il Trentin nel 1944 che ne indica sei, ma inoltre indica anche come molto rinomati i sedani di Aquila, Novara e Novi. Altri indicano fino al 1984 Sedano nero di Trevi come la varietà Italiana più pregiata. Ma questa varietà è coltivata da un solo agricoltore e la sua semente è a grave rischio, sostituito da varietà molto più produttive provenienti dall'Olanda. Nei cataloghi del 1997-98 troviamo una o due varietà al massimo, quelle di un tempo sono sostituite da un'unica varietà molto produttiva valida per tutta l'Italia. Nel frumento, specie coltivata da millenni nel Mediterraneo, delle 400 varietà coltivate in Italia nei primi decenni del secolo, solo pochissime sono quelle rimaste e le nuove varietà hanno una base genetica molto stretta. Tanto che si può stimare una perdita del 90 % di diversità genetica in questa specie (Perrino, 1992). Il bacino del Mediterraneo era uno dei centri più importanti di origine di biodiversità agraria data la sua lunga storia agricola, e anche centro di origine e diversificazione di diverse specie di piante medicinali e aromatiche (lavanda, rosmarino, timo, etc) ma anche in questo settore il problema dell'erosione genetica e della scomparsa di varietà locali deve essere sottolineato. Piante che hanno seguito la nostra civiltà fin dagli albori, alla cui coltivazione erano collegati tanta gastronomia tipica e tanti tradizioni locali, sono ora coltivate in pochissime varietà sostituite da aromi molto più artificiali e omogenei. Nel campo frutticolo la perdita di diversità è eclatante. Nel 1901, per non partire da troppo lontano, Molon descrive 150 varietà di mele molte delle quali di origine italiana. Già nel 1911 il Tamaro raccomanda la coltivazione di 20 varietà italiane di melo , tralasciando le decine di varietà locali che pur nomina e le varietà straniere. Attualmente la produzione è per il 72 % basata su tre gruppi varietali: Golden Delicius che rappresenta il 44,8% dell'intera produzione, seguono Red Delicius (14,6%)e Rome Beauty (11,8). (Dati 1997 C.O.O Ferrara). Per quanto riguarda la produzione di pere di cui l'Italia è il primo produttore in Europa e il secondo a livello mondiale, è basata per il 73% su 4 varietà : Abate Fetel la più importante, seguono Conference, William e Decana del Comizio (dati 1997 C.O.O Ferrara). Sono quindi scomparse le decine e decine di varietà di melo e di pero che ancora negli anni cinquanta venivano utilizzate ed è scomparso anche tutto il sapere popolare intorno alla loro coltivazione e al loro utilizzo. E lo stesso si può dire per il pesco e il susino per i quali negli ultimi anni il ricambio varietale è stato frenetico e l'introduzione massiccia di varietà americane e giapponesi ha fatto abbandonare definitivamente diverse cultivar locali spesso molto più valide dal punto di vista organolettico. Nel 1872, l'esimio prof. Giuseppe Bianca nella sua monografia sul mandorlo elenca ben 752 varietà del nostro territorio. Già nel 1911 il Tamaro nomina 13 gruppi varietali italiani molte oltre le mandorle amare. Monastra nel 1982 descrive 11 varietà italiane interessanti e sufficientemente presenti nella coltivazione, ma soprattutto è diminuita in notevole misura la sua coltivazione a favore di importazioni da altri paesi come la Turchia o gli Stati Uniti. Non è quindi solo per nostalgia del passato o per ritrovare la memoria di sapori perduti che dobbiamo salvaguardare la biodiversità sia tra le piante selvatiche che tra quelle coltivate. Dobbiamo certamente pensare alla variabilità genetica come una necessità alla quale non possiamo supplire in nessun modo. Perché è la garanzia di evoluzione, è la flessibilità e la plasticità necessaria all'intero sistema nel quale viviamo. È la nostra sicurezza alimentare e quindi non è solo per salvare la nostra storia passata ma è soprattutto per salvare il nostro futuro. 

 

Raccolta delle banche genetiche per alcuni tipi di coltivazioni

 

coltivazione acquisizioni originari (%)  stima dei ceppi 

grano  850.000                                           90 

riso 420.000                                                90

granoturco 262.000                                   95

sorgo 168.500                                             80

soia 176.000                                                70

fagioli 268.500                                             50

patata 31.000                                              80-90

cassava 28.000                                            35

pomodoro 77.500                                         90

zucca,cetriolo,zucchina 30.000                  50

cipolla, aglio 25.000                                      70

canna da zucchero 27.500                           70

 

fonte: Worldwatch Institute, State of the world 1999  

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